Presentato alla Festa del Cinema di Roma, "Il Falsario" di Stefano Lodovichi approda su Netflix portando in scena un paradosso affascinante: un film sulla contraffazione che è esso stesso una "falsificazione" della realtà. La storia segue Toni, un talentuoso falsario immerso nella cruda realtà degli anni di piombo. Proprio come il suo protagonista, il film ricrea e trasforma la Roma degli anni '70, non per documentarla, ma per restituirla così come vive oggi nell'immaginario collettivo. In questa intervista con ARRI, il direttore della fotografia Emanuele Pasquet condivide le sue scelte tecniche e il lavoro dietro le quinte del film.
Com’è iniziata la collaborazione con il regista Lodovichi e quali erano le vostre reference estetiche per questo progetto?
Il primo progetto su cui abbiamo lavorato insieme è stata la seconda stagione della serie “Christian”. Stefano aveva notato un mio film precedente, “A Classic Horror Story” che gli era piaciuto molto. Da li è iniziata la nostra collaborazione, che l’ha portato a propormi anche questo film.
La preparazione è stata molto lunga, circa due anni di sviluppo, ma fondamentale per definire la direzione estetica di questo film ambientato negli anni “70. "Munich" di Spielberg è stato il nostro riferimento principale: rappresentava al meglio il modo di raccontare l'epoca sia dal punto di vista registico che fotografico. Volevamo che lo spettatore si sentisse immerso in quel periodo storico ma percependo l'atmosfera come se la immagina oggi.
Emanuele Pasquet (sinistra) con il regista Stefano Lodovichi (destra) sul set con ALEXA 35 e Master Prime.
Quanto sono durate le riprese e quali le location romane più significative per ricreare la Roma degli anni ‘70?
Le riprese sono durate circa nove settimane e si sono svolte tutte a Roma e dintorni. Le location più rappresentative sono state Via Caetani, la banca Brink's, Piazza Navona e l'EUR. La sfida maggiore è stata camuffare la contemporaneità: condizionatori, lampioni freddi, monumenti nuovi. Con oltre 200 effetti visivi, abbiamo cancellato elementi moderni e ricostruito edifici scomparsi.
Come siete arrivati alla scelta tecnica di girare con ALEXA 35 e ottiche Master Prime?
ALEXA 35 è stata la scelta ideale per questo tipo di progetto, è la macchina che prediligo. Permette di lavorare a ISO alti mantenendo un'immagine pulita e organica, senza cadere in quello che definisco “digitale plasticoso”. La resa cromatica è molto simile alla pellicola, e la gamma dinamica straordinaria consente di salvare le alte luci e usare molta più luce naturale, essenziale per il mio approccio basato su luce diegetica.
Per le ottiche ho scelto le Master Prime: aprono fino a T/1.3 e sono esteticamente straordinarie. Abbiamo valutato di usare le texture della 35, ma data la grande quantità di VFX previsti, abbiamo optato di usare la texture standard e aggiungere successivamente un plugin di simulazione pellicola che ci ha permesso di regolare meglio ogni immagine. I metadata dinamici di ALEXA 35 sono stati cruciali per il team VFX.
A livello meccanico, poi, la macchina è sempre molto apprezzata da assistenti e operatori per la sua velocità e praticità. La sua compattezza consente di lavorare rapidamente, il che è stato un fattore essenziale su un set complesso come questo.
Pietro Castellitto interpreta Antonio "Toni" Chichiarelli nel film Netflix "Il Falsario".
Per quanto riguarda l’illuminazione invece?
Per l’illuminazione ho cercato di usare il più possibile luce diegetica e naturale. Ho utilizzato solo lampadine a incandescenza, non LED, per una questione di credibilità. Nelle scene senza corrente, invece, fiamme vere a olio e candele autentiche. Emanuele Pasquet ha fatto ampio uso di SkyPanel X sul set de "Il Falsario".
Per l'illuminazione principale gli Sky Panel X, che uso ormai da diversi progetti, sono stati fondamentali. Mi permettono un controllo preciso su temperatura colore, verde/magenta e intensità. Personalmente prediligo i LED anche per la loro versatilità: posso programmare e comandare tutto da tablet, passando dal campo al controcampo in pochi secondi. Senza LED, avrei impiegato il triplo del tempo. Inoltre, assorbendo molta meno corrente, sono decisamente più sostenibili e pratici delle vecchie scariche permettendoci spesso di non usare il gruppo elettrogeno ma di collegarci direttamente alla corrente delle location.
C’è stata una scena particolarmente complessa da illuminare?
Una delle scene più complesse da illuminare è stata la sequenza notturna di apertura sotto il Ponte Regina Margherita, girata sotto la pioggia. In quel caso ho fatto un ampio uso degli SkyPanel. Abbiamo posizionato due SkyPanel 360 su gru, dalla sponda opposta del fiume, per creare una luce diffusa dall’alto. Per valorizzare la pioggia e l’asfalto bagnato ho utilizzato SkyPanel X con lente Hyper Optic come controluce, mentre altri SkyPanel X con Dome erano dedicati al controluce sugli attori. Le diffuse dal basso, invece, erano affidate agli SkyPanel 60-C. In totale, per questa scena, sono stati impiegati più di dodici SkyPanel.
Per questa scena, Emanuele Pasquet ha utilizzato più di 12 SkyPanel, tra SkyPanel X, 360 e 60-C.